Jason Kahn 
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Carola Magazine
September 2002

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Europe and U.S.A.

Mi sono trasferito a Berlino nel Febbraio del 1990. La decisione è nata dopo molti anni trascorsi in tour per gli Stati Uniti: suonavo in piccoli club, in bar e non luoghi e mi ero parecchio stancato di questa vita. L’Europa non mi era ignota, infatti, prima di trasferirmi, avevo appena terminato un tour di cinquanta date in Europa. All’epoca mi sembrò magnifico andare via dagli stati uniti, Reagan e tutto il resto: repressione totale a livello psicologico e, bene, più in generale, cattive vibrazioni intorno. Berlino rappresentava una boccata d’aria fresca. Andai a Berlino est e fui subito coinvolto nella scena techno, davvero forte in quel periodo: c’erano club che spuntavano ovunque, non solo sotto forma di mega raves ma anche di negozietti che non potevano ospitare più di cinquanta persone. E’ stato un bel periodo, un senso di gioia e necessità pervadeva l’aria come se ci si trovasse al cospetto di qualcosa di veramente nuovo e diverso.

Non sono tornato negli Stati Uniti per qualche anno, ma quando lo feci mi resi conto di apprezzarli di nuovo- soprattutto Los Angeles, posto che prima mi disgustava. Sono in una fase in cui posso tranquillamente immaginarmi di nuovo negli Stati Uniti.

La scorsa estate ho fatto un piccolo tour negli states, suonando in un paio di festival ed in qualche club. Mi è sembrato che le scene musicali delle varie città- Chicago, San Francisco, Los Angeles- siano molto aperte, che ci siano molti scambi tra le diverse realtà (jazz, elettronica, impro). Questo mi manca in Europa qualche volta. L’unica città in cui ho fatto esperienza di un approccio simile, di recente, è Vienna. Non sono sicuro che questo accada in altri luoghi e in ogni caso non ne sono a conoscenza.

In generale, mi piacerebbe suonare di più nel sud e nell’est dell’europa: Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Ungheria, Polonia ecc… Credo che le strutture organizzative in questi posti siano più flessibili rispetto al centro ed al nord Europa, dove tutto è organizzato meticolosamente fino all’ultimo dettaglio. Il caos e l’incertezza, in certe dosi naturalmente, possono essere una buona cosa. Qualche anno fa mi è capitato di suonare ad Istanbul con l’“Orchestra of Excited Strings” di Andrew Dreyblatt. E’ stato così interessante suonare con un’audience che non aveva preconcetti circa quello che avremmo fatto. La platea reagiva, a quanto mi è sembrato, ad un livello quasi privo dell’eccessivo bagaglio intellettuale che così spesso appesantisce le audiences dell’Europa occidentale.

Anche David Moss suonò in quel festival e per la prima volta- ho assistito a molte delle sue esibizioni- nessuno applaudiva al termine dei suoi brani. Sia chiaro non ho nulla contro David. Può darsi che la gente fosse un po’ confusa dall’esibizione ma … hey lui è stato grande. Fui io a dare il via all’applauso. E’ bastata una piccola scintilla.

Mi piace stare in Europa. Accadono molte cose qui che riguardano le mie attività- musica, istallazioni…- ma mi manca il calore e la cordialità dagli americani, so che può sembrare stupido alla luce dei recenti accadimenti in Afghanistan, ad’un livello di interazione faccia a faccia, devo dire che preferisco l’atteggiamento americano. E’ semplicemente un problemi di punti di vista credo: un mio amico che è appena stato negli stati uniti mi ha detto “ quel continente non fa per me”.


Tecnologia

L’uso della tecnologia emergente è diventato un aspetto del mio lavoro di sempre maggiore rilevanza con il passare del tempo. Quello che mi interessa, però, è che la tecnologia non diventi il lato preponderante del mio lavoro. Ciò che mi interessa è il suono, organizzato o non organizzato, non i dispositivi tecnologici. Voglio che la tecnologia sia trasparente in quello che faccio. Non voglio che le persone siano distratte dagli apparecchi che uso, preferisco che si concentrino sul suono. Indipendentemente da come esso sia stato prodotto.

C’è sempre qualcuno che, al termine di un concerto, viene a chiedermi che genere di software io stia usando… capisco il loro interesse ma, d’altro canto, credo che queste siano domande completamente irrilevanti. La tecnologia è solo uno strumento e non determina quello che faccio. La stessa cosa vale per il lato acustico. Sono un batterista e ciò che mi importa non è sorprendere gli ascoltatori con una tecnica fantastica, ma fare qualcosa che li tocchi emotivamente, qualcosa che li trasporti altrove. Anche se per un momento. Tutti gli anni di pratica sullo strumento mi sono così estranei ora anche se non posso dire che si è trattato di una perdita di tempo, non sarebbe vero, o che mi pento di quello che ho fatto. Sono semplicemente contento che gli anni di studi non siano mai diventati il centro della mia estetica musicale. Sono sempre stato più interessato al suono della batteria ed al suo potere di modificare la musica in cui è inserito. Una delle prime volte in cui ho veramente “sentito” il suono della batteria ed ho pensato “wow, che grande sound” è stato con Ed Blackwell su un disco di Eric Dolphy “live at five spots” (volume 1 credo) poiché ho veramente sentito il batterista, il suo colore, la sua presenza. Divenni ossessionato dal sound di Blackwell, ed era, umanamente, come la mia maniera di suonare mi aveva lasciato immaginare: caldo, felice e gentile.


Grammatica Sonora Personale

Questo è un argomento veramente interessante per me poiché mi sono spesso chiesto “da dove proviene la mia sintassi musicale?”. Un critico mi fece notare come uno dei cd solisti fosse influenzato dal periodo in cui suonavo con il gruppo di Andrew Dreyblatt (94-99), una musica spesso definita “minimalista”. La cosa mi fece riflettere per un periodo poi, un giorno, incappai in una registrazione mai commercializzata, risalente al 1990, che era esteticamente molto simile al disco solista in questione. Questo mi fa tornare alla mente quanto scrisse, un tempo, Flannery ‘O Connor “everything that rises must converge”, ovvero, alla fine, come accade per le menti, grammatiche sonore ed approcci simili sono destinati ad incontrarsi. Non riesco tuttora ad indicare un’origine precisa per la mia estetica musicale; specialmente se penso alle influenze numerose e disparate che hanno plasmato il mio approccio al suono. Non ho mai lavorato consciamente su questo aspetto. Spesso mi capita di ascoltare delle incisioni o dei concerti e pensare “questo suona come qualcosa che farei anch’io” e, va da se, c’è poco da arguire sull’argomento visto che le idee fluttuano nell’aria, che si creda o meno nella sincronicità. Questo è uno shock quando si viene a contatto con qualcuno che produce musiche talmente familiari che potrebbero essere state realizzate da noi stessi. La prima volta che ascoltai un cd di Z’ev mi sono sentito in questo modo- non geloso o derubato “ oh avrei potuto farlo io” o “ mi sta copiando” (che idea ridicola) ma più “yeah” e poi ho avuto la pelle d’oca per la familiarità della musica, come se un fantasma stesse scalciando da qualche parte della casa chiamandomi con la mia stessa voce.


Eroi Adolescenziali

Posso dire di avere avuto uno solo, non sono molto portato per gli eroi ma per l’ispirazione, e questo mio amico, un compagno di liceo, era una grande fonte di ispirazione. Un giorno sparì. Eravamo nel 1975 o giù di li. Non si vide in giro per sei mesi, poi, con la stessa velocità con la quale era sparito, riapparve. Si era tagliato i capelli corti e si era messo del gel per tenerli su. Questo è un motivo di interesse perché, come ho detto, era il 1975 ed io vivevo nella valle di San Fernando e frequentavo la North Hollywood high school: lo stile popolare tra i teenagers comprendeva capelli lunghi, interesse per bands come i Queen, Peter Frampton, Steve Miller e, al meglio, Led Zeppelin (mi piacciono tuttora! John Bonham era uno dei miei batteristi preferiti), grandi automobili americane dotate di grandi gomme ed equipaggiate di motori potenti, giri in spiaggia con le auto… capelli corti ed orecchini! Oggi l’idea di portare orecchini può non sembrare così radicale ma, lasciatemi dire, questo mio amico, il nome del quale ho dimenticato da tempo, ero l’unica persona che conoscevo , e sicuramente l’unico nella mia scuola, ad indossarne uno e soffriva per questo, credetemi.

Allora dove era stato? A Londra. E cosa aveva fatto li? Aveva suonato il basso in una band ed aveva bighellonato nella nascente scena punk. Pensai che fosse la cosa più figa in assoluto. Eccomi li un ragazzino alienato inchiodato nella valle di San Fernando: bruciata dal sole e brutalmente monotona e lui era stato a Londra….wow….. il mondo divenne un posto diverso.


Istruzione

La mia istruzione è stata piuttosto strana . Dopo aver fatto la scuola superiore sono andato alla University of California di Los Angeles dove ho studiato storia africana e musica. Sono rimasto tre anni alla U.C.L.A. poi andai alla University of London per una anno. Li, sostanzialmente, andavo per locali ed iniziai a suonare la batteria. La mia istruzione formale iniziò con John Taylor, il mio primo istruttore di batteria. Un uomo molto gentile. Andavo da lui una volta a settimana e passavo il resto del tempo suonando nello scantinato abbandonato del caffè della scuola. I muri di questo luogo erano completamente ricoperti di piastrelle ed il suono era orrendo, dominato da un riverbero brutale.

La mia educazione musicale “informale” ebbe inizio qualche anno prima e si svolse attraverso la radio. La radio, per quanto ritorni indietro con il ricordo, è stato uno dei canali principali per le informazioni e rivelazioni musicali. Da bambino fui introdotto alla musica nell’automobile di mia madre, che guidava per Los Angeles, sintonizzando l’autoradio sull’emittente khj, una hit radio che trasmetteva canzoni top 40’s. Sedere in auto ed ascoltare la musica metteva i suoni in relazione al contesto spaziale: la luce, l’odore dell’aria, il suono delle gomme sull’asfalto. La musica divenne, per me, qualcosa che ha una disposizione, che si presenta in un ambiente. Anche oggi alcune canzoni sono legate, nella mia mente, a determinati spazi. E tutto ciò viene dal crescere ascoltando una canzone pop in automobile. Più in la radio mi diede la più grande lezione musicale non formale: il punk. La prima volta che lo ascoltai fu nel programma radiofonico di Rodney Bringenheimer sulla stazione kroq. Ebbi una sensazione simile a quella che mi diede il ritorno del mio amico da Londra. Il mondo sembrava aprirsi davanti ai miei occhi.

Altre lezioni seguirono nei clubs di Los Angeles, dove iniziai ad andare intorno al 1978. C’erano così tante cose ed una gamma così ampia di gruppi da seguire, che mi capitava di andare a 3 o4 concerti a settimana. Se non ero in un concerto, ero in un negozio di dischi. Anche a Londra mi inzuppavo di cultura musicale attraverso i concerti ed il collezionismo maniacale di dischi.

Tornato a Los Angeles conseguii la laurea in storia e continuai a suonare la batteria con Billy Moore, che era un session drummer di grande successo (e la sua Rolls Royce lo dimostrava). Mi ricordo due cose che mi diceva: “ c’è un metodo nella mia follia” e “Stevie Wonder ti rompe il culo dietro una batteria” (cosa assolutamente vera….ho riascoltato recentemente Innervision). Billy Moore mi diede di più di quanto aveva iniziato a darmi John Taylor a Londra, solo tecnica. Mi interessai al jazz e all’improvvisazione ma suonavo soprattutto in gruppi rock, cosa che non mi dispiaceva. Diciamo che, in fondo, ero semplicemente felice di suonare.

Scoprii che l’istruzione migliore non viene dalle lezioni ma dagli incontri con persone interessanti, siano essi musicisti, artisti, scrittori o meccanici. Ho scoperto tante cose sulla musica semplicemente passando del tempo con degli artisti senza toccare mai l’argomento musica. Conoscere il loro approccio musicale mi ha dato una visione della loro musica più chiare di un libro colmo di interviste.

Una volta pubblicavo un giornale letterario (di breve vita….riuscii a farne uscire un solo numero) a Los Angeles e attraverso questo iniziai una corrispondenza con uno degli scrittori pubblicati. Il suo nome è Jesse Bernstein. Mi chiamava spesso e si parlava di tutto tranne che di letteratura. Da queste telefonate compresi di più sul suo approccio verso la creazione di quanto avrei potuto fare attraverso la lettura della sua opera omnia ( che credo, comunque, di aver letto nella sua interezza).

Nonostante tutto ciò continuai con l’istruzione formale. Studiai percussioni arabe a Berlino per un anno con il suonatore di oud siriano Fahran Sabbagh, vinsi poi una borsa di studio per un corso di percussioni iraniane a Parigi con Madjid Khalaj. Dopo di questo non ho mai più preso lezioni di musica.


Radici

Se si parla di radici musicali, devo parlare di pop. Sono nato a New York nel 1960 ed una delle prime esperienze musicali è stata vedere i Beatles in televisione e nella mia hitlist di poppante era sicuramente presente “I want to hold your hand”, avevo anche una fidanzata chiamata “Michelle”. La mia famiglia si spostò a Los Angeles quando avevo 4 anni. Crebbi nel suono californiano, che per me significa musica luminosa ed ariosa che nasconde presagi ed emozioni molto oscure e lo realizzai molto dopo, quando presi coscienza di quanto entrava nelle mie orecchie e divenni in grado di capire i testi, ma agli inizi, quando i Beach Boys cantavano di “good vibrations” o i mommas and poppas di “monday’s” o Dionne Warwick di “San Jose” o Glen Campbell di “Galveston” o o o o .. bene quelle erano le mie radici. Ed ancora oggi amo quella musica e l’ascolto ogni tanto.

La più grande rivelazione musicale dopo di questo fu il punk e credo che fu durante quel periodo che mi resi conto di cosa potesse essere la musica dal vivo. Ciò che mi impressionava del punk era l’assenza di eroi- cosa che, naturalmente, sembra una farsa se si pensa agli eroi che quell’epoca ha prodotto- e la dissoluzione delle barriere tra i performers e l’audience. Ammettiamolo, nel primo concerto al quale assistetti da ragazzo- gli Yes nel tour di “round about”- c’era una distanza tra il palco e la platea più grande del Gran Canyon. Sedevo a circa un milione di anni luce di distanza dal gruppo, nella parte estrema dell’auditorium e vedevo delle formiche giganti muoversi su un palco illuminato in maniera abbagliante. Quando si dice alienazione. Il punk era figo. Voglio dire, chiunque poteva salire sul palco. Chiunque poteva suonare. Anche senza saper suonare. La musica era a disposizione di tutti. Gli stadi collassarono- beh, non proprio, ma per un breve periodo persero di importanza.

L’ultima radice, radice acquisita, risale alla mia permanenza berlinese: la techno. Per la maggior parte delle persone la techno significava ballo e festa. Anche a me piace ballare, ma mi piaceva soprattutto ascoltare la musica nei piccoli locali come l’elektro, il friseur, il panasonic. Sono sempre stato un grande fan della musica minimalista americana- Steve Reich, Terry Reilly, Charlemagne Palestine, per citarne qualcuno- e per me la techno aveva molte qualità in comune con questo genere. Mi piace particolarmente la ripetizione. Un loop può durare per sempre e non c’è niente di strano in ciò, infatti, spesso più a lungo dura, più diviene groovy e più cresce la tensione nella musica. Mi sembrava di aver trovato la perfetta miscela di elementi che avevo precedentemente incontrato in alcune musiche etniche e nel minimalismo americano. In più “it rocked”.


Arte Visiva

Devo dire che il suono e la letteratura sono sempre stati elementi più determinanti nella mia vita rispetto all’arte visiva, anche se c’è un’esperienza notevole che ha rappresentato un punto di svolta nella maniera in cui percepisco l’arte visiva. Vivevo a Londra ed un giorno andai alla Tate Gallery. Non so come sia ora, ma all’epoca c’era una stanza in cui erano affissi solo quadri di Rothko.

Entrai in questa stanza e mi ritrovai immediatamente in un diverso stato di coscienza. Ok ok so che può sembrare troppo romantico e probabilmente esagerato, ma mi sono sentito immediatamente così calmo e triste che ho iniziato a piangere. Era una sensazione inedita per me poiché, di solito, la tristezza e la calma non vanno di pari passo. Ma, eccomi, calmo ed in lacrime. Erano lavori grandi nei quali sembrava che campi di colore fossero sospesi di fronte alle tele. Mi sedetti su una sedia al centro della stanza. Mi sembrava che i dipinti mi scorressero addosso e mi sentivo trascinato nelle tonalità di colore scuro che Rothko aveva utilizzato. Non so per quanto tempo io sia rimasto seduto, ma quando mi alzai dovetti abbandonare la stanza. Non sopportavo l’idea di guardare altra arte per quel giorno, infatti, per un periodo non frequentai più gallerie o musei. Credo di non avere voluto comporre questa esperienza, questa memoria.


Un brano musicale illuminante

Questa è dura….Devo scegliere le prime esperienze che mi vengono in mente, poiché se mi siedo qui e mi perdo tra le mie memorie non riuscirò a rispondere. C’è un album live dei Velvet Underground “live 1969” dove c’è Mo Tucker alla batteria. Nella canzone “rock n roll” Tucker fa qualcosa di molto semplice verso la fine passando dal ride al campanaccio. Il campanaccio ha un suono alto ed è più percussivo del ride, che tende a confondersi in mezzo a tutte quelle chitarre. Il suono del campanaccio sembrava mettere tutto in ordine e dava alla musica un centro che non era stato raggiunto nel resto della canzone. Il suo gesto è così semplice, solamente un cambio nella superficie percossa, ma trasforma il sound del gruppo e come direbbe Steve Lacy “raises the bandstand”. In questa canzone Mo Tucker ha dimostrato in maniera evidente che anche la più piccola alterazione nella maniera di suonare può creare grandi cambiamenti nella musica.

Un altro brano, o meglio, un’altra esperienza in musica, è un concerto di Al Green al quale ho assistito nel 1987. Sono un grande fan di Al Green, anche se sono anni che non ascolto la sua musica, ma anche considerando ciò non ero pronto per quello che quel concerto emanava. Era il concerto di “rientro” ed aveva, per l’occasione, lasciato perdere il repertorio profano per dedicarsi a brani gospel. Cosa inizia a cantare ad un certo punto? Let’s Stay Togheter. Non avevo mai avuto una simile pelle d’oca. Sembrava che si fossero drizzati tutto i peli del mio corpo. Si iniziò a spostare per la sala qualcosa come un flusso di elettricità e mi sono letteralmente sentito drizzare i capelli. C’erano circa mille persone. Le donne si affollarono sotto il palco ed iniziarono a tirare ogni tipo di indumento su Al: reggiseni, pantaloni, bluse…e fiori. Molti fiori. La security dovette spingerle indietro. Sembrava una rissa. Non avevo mai fatto esperienza del potere della musica in maniera così forte e così bella.

Nel 1989 ero a Zurigo per una tappa di un tour europeo. Non c’era niente di speciale in quella serata prima che iniziassimo a suonare ed anche quando iniziammo non c’era nulla che uscisse dalla solita routine: un altro concerto, non male, groovey…ma niente di eccezionale. Divertente. C’era un brano nel nostro set in cui con le parole di James Brown “ c’è n’era per il batterista”, ovvero avevo a disposizione del tempo per un assolo. Solitamente non sono tipo da assoli, a meno che, naturalmente non siano essi stessi i brani ( come quelli che ho registrato per il mio album di sola batteria), ma nel contesto in cui suonavo, un solo di batteria andava bene, allora li suonavo. Notte dopo notte. Quella volta c’era qualcosa di diverso. Quando iniziò il solo andai in blackout. Mi sentii incosciente- mi sembrava di fluttuare sulla mia batteria e di guardarmi dall’alto. E, all’improvviso, tornai in me riconducendo il gruppo nella canzone. Alla fine del concerto vennero tutti a congratularsi dicendomi che non mi avevano mai sentito suonare così. Ed io non ricordavo assolutamente nulla. So che Otomo Yoshihide parla di musica senza memoria e sono sicuro che si riferisce ad altro. Ma quella era la mia musica senza memoria. Mi ha dimostrato cosa dimora nell’inconscio. Ciò che è libero dal nostro bagaglio di trucchi e cliché è molto più ricco e vicino a quanto si vuole esprimere come musicisti (o artisti). Ero triste poiché mi sembrava di aver raggiunto qualcosa e di non conoscere la maniera per tornare in quella condizione. Come essere entrato in un portale che non esiste più. Era andata via anche la memoria di quanto avevo fatto. Quello che è rimasto è un residuo di ricordo. L’eco di un sentimento, di un evento che non risiede nella nostra coscienza ma nei nostri sogni.

L’ultima illuminazione, o meglio, epifania è venuta la prima notte che ho suonato con l’”Orchestra of Excited Strings”. Ero a Praga nel 1994. Non provavamo primo di salire sul palco. I soundcheck erano le nostre prove. Buono ma non esattamente il massimo. Risparmiavamo tutti le energie per il concerto di quella sera. Dopo il primo pezzo ero completamente fulminato: la forza della musica era immensa. Niente a che vedere con il volume, anche se non ci stavamo andando piano, credo si trattasse del sistema che Arnold usava ( Just Intonation ) e la confluenza di tutti i parziali superiori dei diversi timbri. Apparvero suoni che non eravamo noi a produrre: sirene, vento, campane, fischi acuti , tutti provenienti dal mix dei diversi toni. Era veramente psichedelico e toccante. Mi sentivo trascinato in un vortice di suono ascendente su una densa nube di sovratoni. Indimenticabile.Errore

Cosa posso dire? Errore. C’è qualcosa di più importante? Fare le cose bene è sicuramente un obiettivo. Non c’è niente di male in ciò. Ma spesso la qualità deriva da un percorso di errori. Non posso dire di cercare attivamente l’errore- anche perché più si cerca meno si trova. Quando si verifica un errore, soprattutto nel campo della musica e dell’investigazione audio, sono più contento che altro e questo riguarda tutto, dal software malfunzionante al suonare nonostante ci si sia fatti male. L’ultimo è un buon caso che, a voler essere precisi, non è un errore ma, sicuramente, qualcosa di inaspettato (è sicuramente per errore che mi sono fatto male ad una caviglia).


Errore

Cosa posso dire? Errore. C’è qualcosa di più importante? Fare le cose bene è sicuramente un obiettivo. Non c’è niente di male in ciò. Ma spesso la qualità deriva da un percorso di errori. Non posso dire di cercare attivamente l’errore- anche perché più si cerca meno si trova. Quando si verifica un errore, soprattutto nel campo della musica e dell’investigazione audio, sono più contento che altro e questo riguarda tutto, dal software malfunzionante al suonare nonostante ci si sia fatti male. L’ultimo è un buon caso che, a voler essere precisi, non è un errore ma, sicuramente, qualcosa di inaspettato (è sicuramente per errore che mi sono fatto male ad una caviglia).

Ero a Tokyo per registrare con Toshimaru Nakamura il secondo cd di Repeat. Una settimana prima ebbi un incidente nel quale mi si strapparono i legamenti della caviglia destra. Come risultato non potevo suonare il charleston. Il mio equilibrio di batterista dipende dall’avere due piedi funzionanti sul suolo- ed in questo caso ne avevo solo uno. Qualcuno ha detto che la necessità è la madre dell’invenzione e queste parole non mi sono mai sembrate vere come in quella occasione. Suonai in maniera più semplice e definita del solito. La cosa strana è che all’epoca non ero soddisfatto dei risultati. Mi sentivo compromesso dalle limitazioni. Solo un paio di mesi più tardi quando ricevetti un mix della sessione da Toshi, sentii la musica per quello che era: fantastica. Al tempo della registrazione, il disappunto aveva offuscato la mia percezione della musica. Avevo relegato la sessione allo status di robaccia. Ma quando lo ascoltai mesi dopo….wow! Mi ha veramente portato a pensare al mio sound in un nuovo modo. Anche oggi il secondo album di Repeat è uno dei miei preferiti di tutti i tempi. A che prezzo!… c’è voluto un anno perché la mia caviglia tornasse completamente a posto.

 

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